{"id":539,"date":"2021-05-27T20:29:46","date_gmt":"2021-05-27T20:29:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.opendoorsreview.com\/?p=539"},"modified":"2025-04-21T13:36:04","modified_gmt":"2025-04-21T13:36:04","slug":"giuseppina-della-tempesta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.opendoorsreview.com\/index.php\/2021\/05\/27\/giuseppina-della-tempesta\/","title":{"rendered":"Giuseppina della Tempesta"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Featured in the May 2021 Issue of The Open Doors Review.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fiction by: Andrea Tani<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalla sera prima una tempesta di vento incurvava gli ombrelli, sbandierava i manifesti elettorali e faceva sbattere le persiane di legno. Le strade e le balconate s\u2019erano riempite di cartacce, e gli aghi di pino avevano tappato tutti i tombini. Poche ore prima il nuovo sindaco aveva preso il microfono, ma non aveva fatto in tempo a presentarsi che si stacc\u00f2 un ramo da un albero e fin\u00ec sopra una jeep. Part\u00ec l\u2019antifurto e tutti s\u2019impaurirono. Il forte vento alz\u00f2 anche la polvere, che oltre a spostarsi a mulinelli fin\u00ec per travolgere i tendoni del mangiare. Ebbero la peggio le lasagne fatte in casa e le pinolate ancora calde, e si spensero del tutto il parco giochi, il trenino e le luci del palco. La festa proloco, l\u2019evento pi\u00f9 importante dell\u2019anno, era rovinata. Non ci fu modo di raccogliere i soldi contanti che andavano veloci agli ospedali di zona. Per i ragazzi delle elementari poi quella festa era molto di pi\u00f9, anticipava di una settimana il marted\u00ec di carnevale ed era un banco di prova per sfoggiare i costumi pi\u00f9 belli. Le mamme si chiudevano in casa e diventavano delle sarte accanite. Armate di ago e filo facevano le nottate a lucidarsi i gomiti, fino a quando i figlioletti non si trasformavano in personaggi della Marvel.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tutto questo era andato in malora.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un forte acquazzone divent\u00f2 in fango e il fango s\u2019appiccic\u00f2 sugli addobbi delle maestre, sulle scarpe da ginnastica, sulle fioriere offerte dal quartiere. E continuava a volare di tutto: sacchi della spazzatura, cartoni, piatti e bicchieri di carta, ma soprattutto le mantelle dei supereroi. E allora alcuni bambini strillavano, altri invece pensavano davvero che potevano volare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giuseppina della tempesta dei bambini se ne fregava di brutto. S\u2019era messa la borsa dell\u2019acqua calda sulle gambe e si fumava in santa pace la sua Milde Sorte che scuoteva nel barattolo di sott\u2019aceti. Seduta al tavolo di cucina, aveva gi\u00e0 smazzettato i buoni sconto del supermercato e i bollettini postali dell\u2019Istituto dell\u2019Immacolata. Cercava di appiccicare i bollini dell\u2019ultima spesa su una schedina presa alla cassa, era in promozione un set di posate laccate di bianco disegnato sul davanti. Le persiane sbattevano ancora sugli infissi quando il solito micio riapparve l\u00ec sul davanzale della finestra. Veniva ogni giorno a fare la sua sfilata e quando Giuseppina se n\u2019accorgeva andava alla porta e diceva: \u00abMi vuoi rubare il tonno, gattaccio? Tornatene da dove sei venuto!\u00bb bastava un colpetto al vetro e lui scappava. Ma in quei giorni quel micio non se ne voleva andare, stava l\u00ec sotto l\u2019acqua con lo sguardo spento, spossato dal freddo e dalla fame.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giuseppina aveva uno strano rapporto coi gatti da quando vent\u2019anni prima un incidente compromise il cervello splendido di sua figlia Serenella e port\u00f2 via la sua micia Trilli. Non le andava gi\u00f9 che quella cosa fosse successa a lei. Non si capacitava che la casa di un tempo, quella di tante cene e tanti scherzi di Natale ora era come un enorme scatolone al buio sospeso nel vuoto e appeso a una cordicella. S\u2019era rintanata in quelle quattro mura e con la pensione faceva quel che poteva per sostenere le spese del ricovero. In pi\u00f9 aveva messo a faccia in gi\u00f9 tutte le foto di famiglia, anche se c\u2019era una coltre di polvere e le tremavano le gambe ogni volta che ci passava davanti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando Giuseppina si svegli\u00f2, scem\u00f2 il vento. Si scald\u00f2 la sua ciotola latte e crusca e s\u2019accese la sua Milde Sorte. Le nuvole erano chiare e la luce del mattino entrava come spaghetti dai buchini dell\u2019avvolgibile. Usc\u00ec sul terrazzo e vide qualcosa che le adombr\u00f2 gli occhi. Un enorme coso grigiastro, simile a un telo, si era impigliato fra i rami alti del suo cipresso e copriva tutto il sole. Spazzatura di paese! pens\u00f2 e batt\u00e8 i pugni sul muretto. Quella festa annuale per famiglie era cos\u00ec lurida, cos\u00ec intrisa di bigottismo, che i bambini non capivano, il \u201cdolore\u201d non era ancora entrato nella loro vita e tutto quello sfarzo, quelle risate, erano solo immondizia. E lei l\u2019immondizia la gettava volentieri nel cassonetto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quel coso andava assolutamente tolto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giuseppina and\u00f2 in garage, s\u2019infil\u00f2 gli stivali, una tutina da giardiniera e afferr\u00f2 una scala allungabile d\u2019alluminio. Sent\u00ec un po\u2019 male ai polsi, ma strinse i denti e la port\u00f2 in giardino. Incagli\u00f2 bene i piedini a terra, sblocc\u00f2 i ganci di raccordo e scorse la scala fino in cima, cinque metri alta. Dopo impugn\u00f2 un arpioncino e inizi\u00f2 a salire, a ogni gradino sentiva cedere le ginocchia. Non era in buona salute, gli acciacchi dell\u2019et\u00e0 l\u2019accompagnavano in ogni cosa che faceva, ma oggi qualcosa dentro la smuoveva, non accettava che quel coso umidiccio troneggiasse nella sua propriet\u00e0. Poi non era mai salita su quel cipresso, che pure conosceva bene. Era l\u2019albero di famiglia che se avesse potuto parlare, le avrebbe elencato le corse calde di sua figlia insieme a Trilli, quel batuffolo mangia snack che correva a saltelli come i canguri. Quindi era un albero importante, ma ora era marcio, poteva crollare in un secondo. Giuseppina lo sapeva, ma aveva una missione da compiere, salire scalino dopo scalino e arrivare in cima, e infatti fu cos\u00ec. Il coso ora era a circa un metro da lei e sembrava un lenzuolo di stoffa sintetica, strappato e di scarsa qualit\u00e0. A contrasto col cielo creava una sagoma a forme alterne, a volte pareva un orco, a volte un\u2019aquila in picchiata. Con una mano Giuseppina si resse alla scala, con l\u2019altra allung\u00f2 l\u2019arpioncino. A forza di colpetti lo disincagli\u00f2 e lo liber\u00f2 del tutto. Casc\u00f2 rigido per terra senza aprirsi, fra l\u2019erbaccia e i ranuncoli schiacciati dai mattoni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E ora bisognava buttarlo via. Non esit\u00f2 un secondo, lo infil\u00f2 in un sacco nero e lo port\u00f2 al cassonetto. Apr\u00ec il portellone ma trasal\u00ec. Fra le dita il tessuto non era cos\u00ec male, era vellutato come il vestito del suo matrimonio. Lo tir\u00f2 fuori dal sacco e pi\u00f9 che un lenzuolo ora, a causa dello strano mantello e dello strano cappuccio, lo confuse con un saio tibetano. Cos\u00ec lo port\u00f2 a casa e lo infil\u00f2 in lavatrice. Scelse il primo sapone che aveva nell\u2019armadietto e dette il via. Quando il lavaggio fu finito, lo tir\u00f2 fuori e lo tese ad asciugare. Dopo tre ore di sole lo port\u00f2 in casa e lo appoggi\u00f2 sotto la Singer. Abbass\u00f2 la leva, scelse il filo pi\u00f9 adatto e con un colpo di pedale la fece partire. Con molta cura rammend\u00f2 ogni strappo che vedeva. Dopo le ultime cuciture lo stese sul letto e gli tolse i pelucchi qua e l\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nei giorni successivi Giuseppina elimin\u00f2 le verdure dalla dieta e rinizi\u00f2 a mangiare i pasticcini in offerta. Dopo aver oliato la macchina da cucire, riprese a spolverare i mobili del corridoio, gli scaffali e le vetrinette. E poi tornava con la mente a quel coso avvolto nel mistero, che tutto sommato era un semplice costume di carnevale. E pi\u00f9 lo guardava e pi\u00f9 aveva voglia di toccarlo. Nacque una curiosa dipendenza. Dopo il brodino delle dodici se lo teneva sulle spalle, e cos\u00ec faceva dopo il caff\u00e8 delle sedici e la Milde Sorte del tardo pomeriggio. Quando andava a dormire lo stringeva tutt\u2019intorno, tipo burrito e quando si svegliava non se lo toglieva di dosso per ore. Inizi\u00f2 cos\u00ec a indossarlo. Se lo portava in giro per casa e lo usava per tutto: come accappatoio dopo la doccia, come cuscino per la cervicale, e a volte lo appendeva alla finestra come tenda occasionale. Ci si guardava pure allo specchio, con cappuccio gi\u00f9 e con cappuccio su. Non staccava gli occhi dalle sue forme, non toglieva il naso dalle sue pieghe morbide, amava il suo odore profondo e quando si accorgeva che scemava anche di poco, apriva lo sportello della lavatrice. Gli ammorbidenti non mancavano: aveva il muschio bianco, la fragranza fior di loto, quella agli agrumi e pure la vaniglia. Il trattamento di bellezza al costume era ormai una costante. Era sempre pulito, fresco di bucato e Giuseppina ci si tuffava dentro, ci si addormentava col viso.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Era cos\u00ec presa che un giorno per poco si stava dimenticando l\u2019ennesimo appuntamento con l\u2019oncologo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Arriv\u00f2 la chiamata dall\u2019ambulatorio. Controllo di routine. Giuseppina si fece un bagno pi\u00f9 lungo del solito, non ci voleva andare. Lanciava occhiate imbruttite all\u2019orologio sul muro e cercava col pensiero di fermare le lancette. Non si fermavano. Aveva gi\u00e0 abusato di caff\u00e8 a colazione, ma si prese un\u2019altra fetta di crostata e si fum\u00f2 un\u2019altra sigaretta. Se devo morire, pensava, voglio morire come Dio comanda! Alla fine si vest\u00ec, si cambi\u00f2 due o tre volte le scarpe, e and\u00f2 in camera a salutare il suo costume. Aveva il manto soffice che giocava col pulviscolo radioso dell\u2019aria, dalle rose sul balcone planava una fragranza fresca che finiva sulle cuciture. Se lo baci\u00f2, se lo strusci\u00f2 fra le mani e col fiato spezzato usc\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal dottore, seduta sulla sedia, aspettava soltanto il verdetto definitivo, delle semplici parole che l\u2019avrebbero riportata alla realt\u00e0, al suo cancro vorace che le offuscava i pensieri e le giornate. \u00abDue mesi, solo due mesi\u00bb le avevano detto l\u2019ultima volta, e lei s\u2019era rassegnata. Vide il dottore arrivare dalla sala analisi. Aveva una cartella in mano e le spalle distese. Il suo sguardo posato era fermo sulle ultime righe di un foglio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abAvanti dottore non perda tempo\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il dottore si sedette alla scrivania, adagi\u00f2 i fogli accanto alla foto del figlio mascherato da dracula e la guard\u00f2 negli occhi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abSignora Pandolfini\u00bb, esord\u00ec, \u00abda quello che vedo da quest\u2019ultimo esame qualcosa \u00e8 cambiato.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giuseppina alz\u00f2 le sopracciglia e replic\u00f2: \u00abNon ho capito, che vuol dire?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abVoglio dire che le lesioni al polmone, quello rimasto, sembrano in regressione\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abE quindi?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abE quindi credo\u2026beh senza dubbio, che ha un altro anno di vita.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giuseppina deglut\u00ec e tir\u00f2 fuori un fazzoletto rattrappito dalla manica. Dopo un paio di strombazzate lo raggomitol\u00f2 e lo ripose nella borsetta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abNon so cosa ha fatto signora Giuseppina\u00bb, continu\u00f2 il dottore, \u00abma continui con le medicine che le ho segnato e mangi tanta verdura.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abNiente dolci e niente sigarette\u00bb, disse lei col sorriso stampato, \u00abcome sempre.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giuseppina non riusciva nemmeno ad aprire la porta di casa da quanto le tremavano le dita. Una volta dentro and\u00f2 in camera e disse al suo costume: \u00abHai capito? Hai capito cosa \u00e8 successo?\u00bb e s\u2019aspettava una risposta, ma la risposta non arrivava, perch\u00e9 dopotutto era solo un costume, un semplice costume di carnevale ben lavato e profumato.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si sedette davanti al telefono e il respiro divent\u00f2 gravoso. Voleva che la cornetta si alzasse in modo autonomo e atterrasse su di lei. Desiderava poi che quella telefonata fosse gi\u00e0 stata fatta, e che qualcosa succedesse, cos\u00ec si toglieva il pensiero. Ma era difficile, sul tavolo da gioco si stavano buttando fishes pesanti che avrebbero rotto il tavolo, frantumato il pavimento e sgretolato tutte le fognature a decine di metri di profondit\u00e0. Giuseppina sudava. Si alz\u00f2, fece un giro per casa e rigir\u00f2 le fotografie. Fra le tante c\u2019era lei col povero marito in riva al mare, e poi di nuovo lei con Serenella e Trilli che le dormiva in braccio, e altro, tanti ricordi. Si accese l\u2019ultima sigaretta del pacchetto e butt\u00f2 fuori il fumo con molta calma. Dalla nuvola che si form\u00f2 scorgeva le rotelle dei pattini che passavano, le urla dietro a una palla, i momenti delle favole che finivano con gli occhi chiusi. Dalla finestrella del corridoio intravide la piazza del paese che dopo la tempesta ricominciava a vivere, qualcuno ripristinava i pali della corrente, qualcun altro riapriva il negozio, dei bambini saltavano dalla fontana. Giuseppina dette l\u2019ultima boccata, schiacci\u00f2 il mozzicone e torn\u00f2 al telefono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Coi suoi occhialoni da vista scorreva le pagine di un\u2019agendina. Si ferm\u00f2 su una pagina in particolare e punt\u00f2 il dito su \u201cSerenella Clinica\u201d scritto a penna. Alz\u00f2 la cornetta, fece il numero e rimase in attesa. La voce di un centralino rispose poco dopo: \u00abIstituto dell\u2019Immacolata buonasera.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abBuona\u2026sera\u00bb, rispose lei, \u00absono la madre di Serenella Pandolfini.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abLe passo il reparto, un momento.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abS\u00ec grazie.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una musichetta leggera di uno spot datato part\u00ec in sottofondo. A Giuseppina sfuggiva il titolo del brano, ma riconobbe il ritornello e nell\u2019attesa si lasci\u00f2 abbindolare da quelle note. Poi inizi\u00f2 a guardare i muri intorno a lei e not\u00f2 che tutti i quadri erano storti. Di traverso vide pure il randagino appollaiato sul davanzale, che stavolta la guardava.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abS\u00ec chi \u00e8?\u00bb disse una voce dalla cornetta, pi\u00f9 giovane e allegra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abSeren\u2026\u00bb rispose Giuseppina con la voce spezzata \u00ab\u2026sono la mamma.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abIo ho una mamma che si chiama Giuseppina.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abS\u00ec lo so, sono io\u00bb rispose coi lucciconi \u00abSerenella ascolta, ho un altro anno!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abSai che io ho un gatto che si chiama Trilli?\u00bb rispose la figlia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalla cornetta Giuseppina sent\u00ec arrivare qualcuno, il rumore degli zoccoli degli infermieri era inconfondibile e si faceva sempre pi\u00f9 nitido. Una voce entr\u00f2 nella cornetta e interruppe la conversazione: \u00abS\u00ec pronto chi \u00e8 al telefono?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tu, tu, tu, tu\u2026Giuseppina non poteva continuare, aveva la mano saldata alla cornetta. Gli occhi sgranati guardavano nel vuoto. Si volt\u00f2 verso la cucina e vide che il micio era ancora l\u00ec alla finestra. Era tutto scarruffato e col muso picchiettava per entrare. Pi\u00f9 lei lo guardava e pi\u00f9 lui picchiettava. Lasci\u00f2 la presa dalla cornetta, and\u00f2 in cucina e dal frigorifero tir\u00f2 fuori una scatoletta di tonno. Ma cosa sto facendo? si chiese. Guard\u00f2 il micio e guard\u00f2 il frigo aperto. Lui eccitato prese a strusciarsi alla persiana e segu\u00ec tutti i movimenti di lei. Con la scatoletta in mano Giuseppina apr\u00ec la porta e usc\u00ec fuori, poi vers\u00f2 il tonno in un sottovaso. Lui dal davanzale fece un grande salto e in due secondi aveva gi\u00e0 la bocca piena e i baffi sporchi. Dopo una stiracchiata spar\u00ec nel vialetto dietro il terrazzo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abEhi micio, non ne vuoi pi\u00f9? Vieni ce n\u2019\u00e8 ancora\u00bb disse lei.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lui non si volt\u00f2 e lei lo segu\u00ec col tonno in mano. Lo vide zoppicare a zig zag con la coda ritta, aveva una zampina che gli faceva male. Pass\u00f2 fra i vasi, annus\u00f2 un cactus e prosegu\u00ec lungo il muretto che portava al giardino. Giuseppina lo vide acquattarsi dietro il cipresso, quello dove s\u2019era impigliato il costume, ma una volta arrivata l\u00ec vide qualcosa che giorni prima le era sfuggito. Un lungo bastone di legno era appoggiato all\u2019albero e la sua lama incastonata era ricurva e affilata. La sua punta terrificante scintillava su tutto il giardino e Giuseppina si sent\u00ec mancare le gambe. Le cadde il tonno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quella falce, giorni prima, non l\u2019aveva proprio vista.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Author Bio: Andrea Tani nasce nel 1974 a Grosseto. Dopo il diploma in Ragioneria, si laurea in Storia e Critica del Cinema e aveva una breve carriera come regista di videoclip musicali sia in Italia che nel Massachusetts (USA). Raccontare le storie per\u00f2 rimane il punto fermo della sua vita. Ama giocare a ping pong, viaggiare sul divano e leggere sempre qualcosa che lo incanta. Attualmente vive a Firenze. Non ha mai pubblicato niente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Featured in the May 2021 Issue of The Open Doors Review. Fiction by: Andrea Tani Dalla sera prima una tempesta di vento incurvava gli ombrelli, sbandierava i manifesti elettorali e faceva sbattere le persiane di legno. Le strade e le balconate s\u2019erano riempite di cartacce, e gli aghi di pino avevano tappato tutti i tombini. Poche ore prima il nuovo sindaco aveva preso il microfono, ma non aveva fatto in tempo a presentarsi che si stacc\u00f2 un ramo da un albero e fin\u00ec sopra una jeep. Part\u00ec l\u2019antifurto e tutti s\u2019impaurirono. Il forte vento alz\u00f2 anche la polvere, che oltre a spostarsi a mulinelli fin\u00ec per travolgere i tendoni del mangiare. Ebbero la peggio le lasagne fatte in casa e le pinolate ancora calde, e si spensero del tutto il parco giochi, il trenino e le luci del palco. La festa proloco, l\u2019evento pi\u00f9 importante dell\u2019anno, era rovinata. Non ci fu modo di raccogliere i soldi contanti che andavano veloci agli ospedali di zona. Per i ragazzi delle elementari poi quella festa era molto di pi\u00f9, anticipava di una settimana il marted\u00ec di carnevale ed era un banco di prova per sfoggiare i costumi pi\u00f9 belli. Le mamme si chiudevano in casa e diventavano delle sarte accanite. Armate di ago e filo facevano le nottate a lucidarsi i gomiti, fino a quando i figlioletti non si trasformavano in personaggi della Marvel. Tutto questo era andato in malora. Un forte acquazzone divent\u00f2 in fango e il fango s\u2019appiccic\u00f2 sugli addobbi delle maestre, sulle scarpe da ginnastica, sulle fioriere offerte dal quartiere. E continuava a volare di tutto: sacchi della spazzatura, cartoni, piatti e bicchieri di carta, ma soprattutto le mantelle dei supereroi. E allora alcuni bambini strillavano, altri invece pensavano davvero che potevano volare.&nbsp; Giuseppina della tempesta dei bambini se ne fregava di brutto. S\u2019era messa la borsa dell\u2019acqua calda sulle gambe e si fumava in santa pace la sua Milde Sorte che scuoteva nel barattolo di sott\u2019aceti. Seduta al tavolo di cucina, aveva gi\u00e0 smazzettato i buoni sconto del supermercato e i bollettini postali dell\u2019Istituto dell\u2019Immacolata. Cercava di appiccicare i bollini dell\u2019ultima spesa su una schedina presa alla cassa, era in promozione un set di posate laccate di bianco disegnato sul davanti. Le persiane sbattevano ancora sugli infissi quando il solito micio riapparve l\u00ec sul davanzale della finestra. Veniva ogni giorno a fare la sua sfilata e quando Giuseppina se n\u2019accorgeva andava alla porta e diceva: \u00abMi vuoi rubare il tonno, gattaccio? Tornatene da dove sei venuto!\u00bb bastava un colpetto al vetro e lui scappava. Ma in quei giorni quel micio non se ne voleva andare, stava l\u00ec sotto l\u2019acqua con lo sguardo spento, spossato dal freddo e dalla fame.&nbsp; Giuseppina aveva uno strano rapporto coi gatti da quando vent\u2019anni prima un incidente compromise il cervello splendido di sua figlia Serenella e port\u00f2 via la sua micia Trilli. Non le andava gi\u00f9 che quella cosa fosse successa a lei. Non si capacitava che la casa di un tempo, quella di tante cene e tanti scherzi di Natale ora era come un enorme scatolone al buio sospeso nel vuoto e appeso a una cordicella. S\u2019era rintanata in quelle quattro mura e con la pensione faceva quel che poteva per sostenere le spese del ricovero. In pi\u00f9 aveva messo a faccia in gi\u00f9 tutte le foto di famiglia, anche se c\u2019era una coltre di polvere e le tremavano le gambe ogni volta che ci passava davanti.&nbsp; Quando Giuseppina si svegli\u00f2, scem\u00f2 il vento. Si scald\u00f2 la sua ciotola latte e crusca e s\u2019accese la sua Milde Sorte. Le nuvole erano chiare e la luce del mattino entrava come spaghetti dai buchini dell\u2019avvolgibile. Usc\u00ec sul terrazzo e vide qualcosa che le adombr\u00f2 gli occhi. Un enorme coso grigiastro, simile a un telo, si era impigliato fra i rami alti del suo cipresso e copriva tutto il sole. Spazzatura di paese! pens\u00f2 e batt\u00e8 i pugni sul muretto. Quella festa annuale per famiglie era cos\u00ec lurida, cos\u00ec intrisa di bigottismo, che i bambini non capivano, il \u201cdolore\u201d non era ancora entrato nella loro vita e tutto quello sfarzo, quelle risate, erano solo immondizia. E lei l\u2019immondizia la gettava volentieri nel cassonetto.&nbsp; Quel coso andava assolutamente tolto. Giuseppina and\u00f2 in garage, s\u2019infil\u00f2 gli stivali, una tutina da giardiniera e afferr\u00f2 una scala allungabile d\u2019alluminio. Sent\u00ec un po\u2019 male ai polsi, ma strinse i denti e la port\u00f2 in giardino. Incagli\u00f2 bene i piedini a terra, sblocc\u00f2 i ganci di raccordo e scorse la scala fino in cima, cinque metri alta. Dopo impugn\u00f2 un arpioncino e inizi\u00f2 a salire, a ogni gradino sentiva cedere le ginocchia. Non era in buona salute, gli acciacchi dell\u2019et\u00e0 l\u2019accompagnavano in ogni cosa che faceva, ma oggi qualcosa dentro la smuoveva, non accettava che quel coso umidiccio troneggiasse nella sua propriet\u00e0. Poi non era mai salita su quel cipresso, che pure conosceva bene. Era l\u2019albero di famiglia che se avesse potuto parlare, le avrebbe elencato le corse calde di sua figlia insieme a Trilli, quel batuffolo mangia snack che correva a saltelli come i canguri. Quindi era un albero importante, ma ora era marcio, poteva crollare in un secondo. Giuseppina lo sapeva, ma aveva una missione da compiere, salire scalino dopo scalino e arrivare in cima, e infatti fu cos\u00ec. Il coso ora era a circa un metro da lei e sembrava un lenzuolo di stoffa sintetica, strappato e di scarsa qualit\u00e0. A contrasto col cielo creava una sagoma a forme alterne, a volte pareva un orco, a volte un\u2019aquila in picchiata. Con una mano Giuseppina si resse alla scala, con l\u2019altra allung\u00f2 l\u2019arpioncino. A forza di colpetti lo disincagli\u00f2 e lo liber\u00f2 del tutto. Casc\u00f2 rigido per terra senza aprirsi, fra l\u2019erbaccia e i ranuncoli schiacciati dai mattoni.&nbsp; E ora bisognava buttarlo via. Non esit\u00f2 un secondo, lo infil\u00f2 in un sacco nero e lo port\u00f2 al cassonetto. Apr\u00ec il portellone ma trasal\u00ec. Fra le dita il tessuto non era cos\u00ec male, era vellutato come il vestito del suo matrimonio. Lo tir\u00f2 fuori dal sacco e pi\u00f9 che un lenzuolo ora, a causa dello strano mantello e dello strano cappuccio, lo confuse con un saio tibetano. Cos\u00ec lo port\u00f2 a casa e lo infil\u00f2 in lavatrice. Scelse il primo sapone che aveva nell\u2019armadietto e dette il via. Quando il lavaggio fu finito, lo tir\u00f2 fuori e lo tese ad asciugare. Dopo tre ore di sole lo port\u00f2 in casa e lo appoggi\u00f2 sotto la Singer. Abbass\u00f2 la leva, scelse il filo pi\u00f9 adatto e con un colpo di pedale la fece partire. Con molta cura rammend\u00f2 ogni strappo che vedeva. Dopo le ultime cuciture lo stese sul letto e gli tolse i pelucchi qua e l\u00e0. Nei giorni successivi Giuseppina elimin\u00f2 le verdure dalla dieta e rinizi\u00f2 a mangiare i pasticcini in offerta. Dopo aver oliato la macchina da cucire, riprese a spolverare i mobili del corridoio, gli scaffali e le vetrinette. E poi tornava con la mente a quel coso avvolto nel mistero, che tutto sommato era un semplice costume di carnevale. E pi\u00f9 lo guardava e pi\u00f9 aveva voglia di toccarlo. Nacque una curiosa dipendenza. Dopo il brodino delle dodici se lo teneva sulle spalle, e cos\u00ec faceva dopo il caff\u00e8 delle sedici e la Milde Sorte del tardo pomeriggio. Quando andava a dormire lo stringeva tutt\u2019intorno, tipo burrito e quando si svegliava non se lo toglieva di dosso per ore. Inizi\u00f2 cos\u00ec a indossarlo. Se lo portava in giro per casa e lo usava per tutto: come accappatoio dopo la doccia, come cuscino per la cervicale, e a volte lo appendeva alla finestra come tenda occasionale. Ci si guardava pure allo specchio, con cappuccio gi\u00f9 e con cappuccio su. Non staccava gli occhi dalle sue forme, non toglieva il naso dalle sue pieghe morbide, amava il suo odore profondo e quando si accorgeva che scemava anche di poco, apriva lo sportello della lavatrice. Gli ammorbidenti non mancavano: aveva il muschio bianco, la fragranza fior di loto, quella agli agrumi e pure la vaniglia. Il trattamento di bellezza al costume era ormai una costante. Era sempre pulito, fresco di bucato e Giuseppina ci si tuffava dentro, ci si addormentava col viso.&nbsp; Era cos\u00ec presa che un giorno per poco si stava dimenticando l\u2019ennesimo appuntamento con l\u2019oncologo. Arriv\u00f2 la chiamata dall\u2019ambulatorio. Controllo di routine. Giuseppina si fece un bagno pi\u00f9 lungo del solito, non ci voleva andare. Lanciava occhiate imbruttite all\u2019orologio sul muro e cercava col pensiero di fermare le lancette. Non si fermavano. Aveva gi\u00e0 abusato di caff\u00e8 a colazione, ma si prese un\u2019altra fetta di crostata e si fum\u00f2 un\u2019altra sigaretta. Se devo morire, pensava, voglio morire come Dio comanda! Alla fine si vest\u00ec, si cambi\u00f2 due o tre volte le scarpe, e and\u00f2 in camera a salutare il suo costume. Aveva il manto soffice che giocava col pulviscolo radioso dell\u2019aria, dalle rose sul balcone planava una fragranza fresca che finiva sulle cuciture. Se lo baci\u00f2, se lo strusci\u00f2 fra le mani e col fiato spezzato usc\u00ec. Dal dottore, seduta sulla sedia, aspettava soltanto il verdetto definitivo, delle semplici parole che l\u2019avrebbero riportata alla realt\u00e0, al suo cancro vorace che le offuscava i pensieri e le giornate. \u00abDue mesi, solo due mesi\u00bb le avevano detto l\u2019ultima volta, e lei s\u2019era rassegnata. Vide il dottore arrivare dalla sala analisi. Aveva una cartella in mano e le spalle distese. Il suo sguardo posato era fermo sulle ultime righe di un foglio.&nbsp; \u00abAvanti dottore non perda tempo\u2026\u00bb Il dottore si sedette alla scrivania, adagi\u00f2 i fogli accanto alla foto del figlio mascherato da dracula e la guard\u00f2 negli occhi. \u00abSignora Pandolfini\u00bb, esord\u00ec, \u00abda quello che vedo da quest\u2019ultimo esame qualcosa \u00e8 cambiato.\u00bb Giuseppina alz\u00f2 le sopracciglia e replic\u00f2: \u00abNon ho capito, che vuol dire?\u00bb \u00abVoglio dire che le lesioni al polmone, quello rimasto, sembrano in regressione\u2026\u00bb \u00abE quindi?\u00bb \u00abE quindi credo\u2026beh senza dubbio, che ha un altro anno di vita.\u00bb Giuseppina deglut\u00ec e tir\u00f2 fuori un fazzoletto rattrappito dalla manica. Dopo un paio di strombazzate lo raggomitol\u00f2 e lo ripose nella borsetta. \u00abNon so cosa ha fatto signora Giuseppina\u00bb, continu\u00f2 il dottore, \u00abma continui con le medicine che le ho segnato e mangi tanta verdura.\u00bb \u00abNiente dolci e niente sigarette\u00bb, disse lei col sorriso stampato, \u00abcome sempre.\u00bb Giuseppina non riusciva nemmeno ad aprire la porta di casa da quanto le tremavano le dita. Una volta dentro and\u00f2 in camera e disse al suo costume: \u00abHai capito? Hai capito cosa \u00e8 successo?\u00bb e s\u2019aspettava una risposta, ma la risposta non arrivava, perch\u00e9 dopotutto era solo un costume, un semplice costume di carnevale ben lavato e profumato.&nbsp; Si sedette davanti al telefono e il respiro divent\u00f2 gravoso. Voleva che la cornetta si alzasse in modo autonomo e atterrasse su di lei. Desiderava poi che quella telefonata fosse gi\u00e0 stata fatta, e che qualcosa succedesse, cos\u00ec si toglieva il pensiero. Ma era difficile, sul tavolo da gioco si stavano buttando fishes pesanti che avrebbero rotto il tavolo, frantumato il pavimento e sgretolato tutte le fognature a decine di metri di profondit\u00e0. Giuseppina sudava. Si alz\u00f2, fece un giro per casa e rigir\u00f2 le fotografie. Fra le tante c\u2019era lei col povero marito in riva al mare, e poi di nuovo lei con Serenella e Trilli che le dormiva in braccio, e altro, tanti ricordi. Si accese l\u2019ultima sigaretta del pacchetto e butt\u00f2 fuori il fumo con molta calma. Dalla nuvola che si form\u00f2 scorgeva le rotelle dei pattini che passavano, le urla dietro a una palla, i momenti delle favole che finivano con gli occhi chiusi. Dalla finestrella del corridoio intravide la piazza del paese che dopo la tempesta ricominciava a vivere, qualcuno ripristinava i pali della corrente, qualcun altro riapriva il negozio, dei bambini saltavano dalla fontana. Giuseppina dette l\u2019ultima boccata, schiacci\u00f2 il mozzicone e torn\u00f2 al telefono. Coi suoi occhialoni da vista scorreva le pagine di un\u2019agendina. Si ferm\u00f2 su una pagina in particolare e punt\u00f2 il dito su \u201cSerenella Clinica\u201d scritto a penna. 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